“Il Divino sa dove infiltrarsi”

ovunque sente di trovare coppe si infiltra, così come  fanno dei rivoli d’acqua nelle crepe dell’Anima. Quando sa che poi in qualche modo vengono accolti, Coppe  o coppelle come ce ne sono nella grotta a cui sono affezionata.

L’ ultima volta in quel luogo, dentro di me ho sentito risuonare queste parole. Sono coppe interiori di luce nelle crepe delle nostre certezze. Il Graal può essere allora ogni apertura di coscienza che lascia andare contenuti per accogliere quel qualcosa che si cerca da sempre e non si sa cosa è.

Il Graal come simbolo parte da una ferita che ha bisogno di uno sguardo, e dell’azione di qualcuno che raccolga. Nella tradizione è la coppa con cui Giuseppe di Arimatea raccoglie il sangue del Cristo sulla croce, ferita aperta dal centurione Longino sul costato. Una ferita in qualche modo risanante, anche per il centurione che guarisce da una malattia agli occhi perchè toccato da quel liquido che schizza fuori dalla ferita,

Il Graal nella tradizione del romanzo cortese dei trovatori è collegato sempre a una spada o lancia e a una coppa, come  alla corte del Re Pescatore. Un re malato, sofferente come lo è la terra su cui regna e che attende una domanda, una parola, una vibrazione che sciolga la sua infermità. La domanda che dovrebbe essere pronunciata da Perceval, il giovane cavaliere che una notte, ospite del suo castello assiste alla sacra processione in cui vede il Graal.

Purtroppo Perceval non riesce a fare la domanda che risanerà il Re.

Perchè non riesce a farla?

Perchè troppo pieno. Ancora colmo … di divieti, paure ereditate, regole cavalleresche che impongono il silenzio. Per essere un buon cavaliere. Per essere un buon figlio che non dia preoccupazioni alla madre.

E da qui vediamo che il Graal per agire richiede verità, cuore, coraggio. E quando si rivela risplende come un sole abbagliante che fa scomparire le ombre della notte.

Coraggio anche di svuotarsi per ospitare. E’ forse questo il più grande coraggio. Mollare la presa, e non solo la presa su ciò che pensiamo sia dannoso o limitante per noi, ma anche rispetto a ciò che ci attrae  e sentiamo desiderabile in base a ciò che pensiamo di essere.

“Chi pensi di essere?”

e qui rispondiamo con la personalità che ha mille certezze, schemi, calcoli e prove ragionevoli basate su cosa è accaduto fino ad ora nella vita?

Oppure il “Chi pensi di essere?” lo chiediamo all’anima sapendo di non sapere, preparandoci a risposte ampie, a un continuo divenire a una luce incomprensibile che non può essere contenuta dalla coppa che la personalità ordinaria le ha preparato fino ad ora?

Non sapere, per apprendere in modo diverso. E non sapere più neppure ciò che si è appreso.

Come il “So di non sapere” di Socrate.

Ci sono tanti modi di non sapere che guariscono.

Per esempio in una relazione so di non sapere. Se so di non sapere entro in quella condizione di sospendere il giudizio. Anche se viviamo accanto a una persona da vent’anni trenta o più e magari un suo comportamento ci continua a ferire. Ecco, ci possiamo fare tante domande, porre in essere analisi psicologiche lavorare su noi stessi per miglioraci etc etc etc, Parlare con gli amici, lamentarci, giudicare l’altro etc etc etc. Tutte cose che “riempiono”. Ma il Graal qui è quello squarcio che filtra e quella istantanea consapevolezza che in fin dei conti, dopo tutto questo lavorio, l ‘altro è un bellissimo Mistero, e che non posso, non posso sapere in fin dei conti cosa sente, come, cosa prova. E rispetto il suo Mistero.

E cambia tutto, all’istante

Un’ altro modo per lasciare spazio al Graal  è ad esempio nell’alimentazione, un certo tipo di responsabilità rispetto al cibo. Evitare di  riempirsi troppo per non sentire emozioni scomode. In generale non riempirsi di lavoro, di impegni e sostenere degli spazi vuoti. Vacanza infatti deriva dal termine vuoto, vacuità. Ed è un vuoto che prepara a qualcos’altro, a sentire l’Universo infiltrarsi, prelude a un cambio di dimensione.

Alcune forme di meditazione sono una preparazione per incontrare questa coppa  vuota, nel momento in cui ogni pensiero che emerge viene ringraziato e lasciato per dopo, ogni ispirazione  o persino ogni intuizione o pensiero anche illuminato, mirabolante, sorprendete, viene lasciato ad un momento successivo mentre si sta soltanto con il respiro e null’altro.

Ancora nelle relazioni un’altra preparazione al Graal è partire da uno stato di vuoto, Nessuno deve niente a nessun altro. La madre al figlio, l’amante all’amato, il figlio ai genitori, il fratello alla sorella, l’amico all’amico, i parenti tra loro. Ci sono relazioni che iniziano con richieste o promesse di fedeltà. Neanche il divino ce le chiede, ci vuole liberi.

E di nuovo un’altro atteggiamento comune e abitudinario di restringere la coppa è pensare che la nostra infelicità dipenda dal lavoro, dall’ambiente, da una persona, dal destino.

La coppa deve essere sostenuta con responsabilità, ha il suo peso che noi sosteniamo. Ed infatti la domanda che deve essere posta nella storia di Perceval è anche “Chi serve il Graal”. Una domanda a doppio senso: “a chi viene servito, a chi viene portato?”. Ma anche “Chi è in grado di sostenerlo?” Siamo pronti a prenderci la responsabilità di tutto ciò che ci accade? A vederne un disegno più ampio? a ricercarne il senso?

Perceval che all’inizio non riesce a porre la domanda andrà dunque alla ricerca.

Quanto siamo disposti ad entrare in una ottica diversa e sgretolare le certezze che restringono il contenitore che servirà a contenere più Anima, e a renderlo via via più leggero e ingrandirlo?

E quale è il contenitore che serve a contenere più anima ?Il corpo.

Non ci si gira tanto intorno. il Graal è un corpo che contiene sangue reale, SangReal, Santograal. Sia nella visione cristiana della coppa  che conserva il sangue  e l’acqua di un corpo sacro, sia nel romanzo di Perceval in cui c’è un grande riferimento al corpo. In quest’ultima il corpo Del Re Pescatore è malato e la sua Terra è arida.

E allora un modo in cui il Graal si esprime è l’elemento terrestre  del corpo. Il corpo deve tornare a essere percepito come anima condensata, l’elemento senza il quale la luce non può irradiarsi nel nuovo modo. Cioè vissuta fino in fondo in ogni cellula. Il corpo non mente, dove si interrompe questo continuum, c’è disarmonia  o malattia.

E allora nella vita quotidiana questo segnale, della malattia o del malessere, non va spento ma può essere visto per porre a noi stessi una domanda. Se Perceval avesse chiesto al Re” Cosa ti affligge?”, il re insieme alla sua terra sarebbe guarito. L’amore, il dialogo con una parte del nostro corpo dolorante è un passo verso il Graal.

Ma un passo ancora più grande è sentire di quanto amore e  ricchezza originaria vibra, dalle sue profonde radici, un corpo. Quanto, nello spazio che ci siamo dati più volte, tra nascita e morte questo possa essere Il Magnete, il Graal.

E non è un caso che il Graal nella tradizione non sia visto solo come una coppa, ma come una gemma o una pietra. Il suo elemento materico è così importante perchè  è Anima concentrata allo stato puro, un potenziale immenso. Diamante che sprigiona luce. A volte ci sembra però così duro e impenetrabile. Come si fa a andare così dentro il corpo oltre a questa apparenza? Ognuno può sentire il suo metodo e mettersi alla ricerca. Danza e respiro sono alcune chiavi, a patto che li si spogli e li si svuoti dalla performance, dalla regola ferrea, dalle ulteriori costrizioni . A patto che accadano come un abbraccio d’amore.

A noi tutti buona via all’interno di questo diamante e che possa splendere.